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DUE PAROLE

DUE PAROLE
Incontro “a distanza” con
Monica Bergamini
Laura Coghi
Benedetta Maffezzoli

 

Dovevamo incontrarle al Piazzalunga il 29 Febbraio, a una settimana dalla celebrazione della festa dedicata alla celebrazione della donna. Doveva essere un’edizione speciale del nostro Due Parole, rassegna di incontri con l’autore per parlare dei loro libri.
Così non è potuto succedere. 
Abbiamo deciso perciò di incontrarle "a distanza" ed è stato ugualmente speciale. Perché abbiamo chiesto loro di effettuare un esperimento creativo, regalare al Piazzalunga qualcosa di nuovo a partire dalle due parole "Dentro e Fuori".
Ne sono scaturiti due racconti e un ciclo di poesie.

Qui sotto potete gustarvi la chiacchierata che abbiamo fatto, in cui le autrici ci raccontano in DUEparole come sono nati i lavori che ci hanno dedicato.

 

Ed ecco i testi nati per voi lettori del Piazzalunga, Buona Lettura!
Indice della piccola Antologia DUEparole

MONICA BERGAMINI, MADDALENA TRA SOGNO E REALTA’
LAURA COGHI, CINQUE POESIE  
BENEDETTA MAFFEZZOLI, IL CUORE IN UNA SCATOLINA BLU

 

MONICA BERGAMINI: MADDALENA TRA SOGNO E REALTA’

 

Ci sono cose che si possono cambiare, altre no. Di  quest’ultime è inutile preoccuparsi.

Penso a questo mentre seduta in veranda osservo le stelle in questa tiepida serata primaverile.

“Guarda quella stella grande là, la più brillante! Quello è il nonno, mandagli un bacio!” Sorrido ricordando le afose serate estive trascorse sul balcone a chiacchierare con mia nonna e provo una infinita tenerezza ripensando a me bambina, e ai mille baci che con la manina mandavo a tutte le stelle, cercando di capire quale fosse la più grande e dunque, quel nonno che non avevo mai conosciuto ma solo sentito raccontare. Ripenso agli anni della mia infanzia, sento ancora il profumo della torta delle rose appena sfornata, del bucato steso in cortile e della cera data sul pavimento di marmo del lungo corridoio dove correndo spesso cadevo, scivolando come una pattinatrice sul ghiaccio. Rimpiango quelle cadute, molto meno rovinose  di altre che sto per raccontare.

Tutto accadde un mese fa, quando ancora non sapevo che a breve mi sarei trovata in mezzo a una pandemia. Che il mio negozio di abbigliamento sarebbe stato chiuso come da decreto, e che addirittura mi sarei presa una cotta per un prete.

 

Ero salita sul treno per raggiungere Brenno che, a Napoli, inaugurava la sua mostra di sculture di legno. La relazione con Brenno procedeva ormai da cinque anni, con poco impegno e  qualche tradimento da parte mia e tanta pazienza da parte sua per i miei dubbi e le mie continue indecisioni. Ma io sono così, sempre alla ricerca di qualcosa: della stella più grande che non trovo mai. Ma torniamo al treno, raggiunta la carrozza cerco e trovo quasi subito il mio posto. Mentre sistemo il trolley nel vano bagagli, noto due mani con dita lunghe e affusolate che reggono un libro con uno strano titolo in latino che mi è impossibile tradurre. Ma chi legge questa roba – mi domando mentre mi siedo al mio posto. 

La donna di fianco all’uomo che regge il libro mi sorride, è una signora anziana e molto elegante con una spilla di perle sopra il bavero della giacca color cammello. Ricambio il sorriso e, protetta dagli occhiali da sole che indosso, sposto lo sguardo verso il proprietario di quelle bellissime mani. Realizzo che è un uomo stupendo, sembra uscito da una rivista.

“Buongiorno” mi dice.

Lo stupore che provo quando vedo che sotto il maglione blu indossa il colletto da prete mi impedisce di rispondere al saluto.  Farfuglio qualcosa, mi sento arrossire e non capisco il perché.

“Tutto bene?” mi domanda, la sua voce è così melodiosa che vorrei chiedergli di leggermi tutto il libro che regge tra le mani, anche se è in latino, anche se non capirei niente perché quella lingua mi risulta proprio insulsa. L’anziana signora mi guarda con diffidenza, cosa vuole da me? Oddio, forse ha capito che mi sono presa una cotta istantanea? Il treno parte, io fingo di cercare qualcosa nella borsa  per non fissare quei due che, anche se in maniera diversa, mi provocano un forte disagio. È la signora anziana a rompere il silenzio:

“Padre, vedo che è un appassionato di Cicerone, mi perdoni, ma non ho potuto fare a meno di sbirciare” lo guarda maliziosa.

“Anche”  le risponde lui, sorridendo.

Io sembro assorta nei miei pensieri, con la testa poggiata sul finestrino, non voglio essere coinvolta nella conversazione, farei una figura da capra, ma la gentile nonnina ha proprio voglia di rompere le scatole.

“Lei signorina, conosce il latino?” Me lo chiede quasi urlando, impossibile far finta di non aver sentito.

“Ho dovuto ripetere due volte l’esame all’università, la professoressa mi odiava, il perché non lo so. Era antipatica, come tutte le professoresse di latino, forse” rispondo un po’ troppo acidamente, ma lei non si scompone.

“Ho insegnato latino per più di trent’anni, ne ho bocciati parecchi anche io“ si liscia la gonna con le mani rugose e piene di anelli, sbaglio o è un sorriso pieno di perfidia quello che mi rivolge?

Ecco, adesso la mia bella figura l’ho fatta, mi tolgo gli occhiali da sole, voglio vederla bene la faccia di quella vecchia antipatica.

“E dopo averlo ripetuto due volte, l’esame l’ha passato?” interviene lui, il bellissimo prete.

“Se avessi avuto te come insegnante, avrei preso tutti trenta e lode“ – penso, e invece rispondo con un semplice sì. Mi fissa e io mi perdo in quegli occhi azzurri, non riesco a non guardarli, mi catturano, mi ipnotizzano e per un momento non esiste più niente: la carrozza del treno, la vecchia antipatica, il libro di Cicerone, Napoli, Brenno. Nulla, al mondo non esiste più nulla se non la magia di quello sguardo intenso, pieno di incognite e di speranze (le mie). Quell’uomo trasuda sicurezza, ogni suo gesto lento e misurato incanta emanando un fascino straordinario e io inizio a sognare di vivere con lui un’avventura fatta di passione.

Noooo! Riprenditi Uccelli di Rovo, da adesso mi chiamo così. Chi non ha sognato con quello sceneggiato? Bene, a quanto pare non l’ho ancora smaltito, ma innamorarmi di un prete no. Proprio no, e poi come mi giustifico  con Brenno? Ti lascio perché ho trovato finalmente l’uomo che fa per me? E se mi domanda chi è cosa gli dico, che è un prete? E se mi chiede perché, cosa gli rispondo, perché sa il latino? Dai Maddalena, ragiona. E poi, chi mi dice che il don nutra per me lo stesso sentimento che mi è esploso dentro non appena l’ho visto?

L’annuncio che il treno starà fermo a Firenze per un’oretta a causa di un problema sul binario, interrompe le mie farneticazioni.

“Carissime, posso offrirvi un caffè al bar della stazione?”

Il don guarda prima me e poi l’arpia. Signore, ti prego, fa che risponda di no, voglio stare da sola con il mio Padre Ralph anche se solo per un’ora. Dio ascolta la mia richiesta, la professoressa non ha voglia di scendere e io seguo docilmente il prete al bar. Lo osservo mentre ordina due cappuccini, se non fosse per quel colletto che indossa, lo bacerei. Ci sediamo al tavolino e mentre attendiamo che ci portino l’ordinazione mi chiede come mi chiamo.

“Maddalena”, rispondo, “ma tutti mi chiamano Maddy. Il suo nome invece, qual è?”

“Alfio, mi chiamo Alfio, ma non capisco questa strana moda di storpiare tutti i nomi. Maddalena è un nome bellissimo, impegnativo, ma bellissimo”.

Io non so cosa dire, sono felice perché di una cosa sono certa: il mio nome gli piace. È già qualcosa. Arrivano i cappuccini e all’improvviso non so cosa accade, ma inizio a piangere.

Alfio, anzi don Alfio, mi guarda con attenzione e mi prende la mano “Cosa succede Maddalena?” Me lo domanda dolcemente, io mi sento strana e in imbarazzo, nemmeno io capisco cosa mi stia succedendo, so solo che piango, piango perché nei suoi occhi ho letto la bontà, piango perché la sua voce, dal tono così calmo e pacato ,mi rassicura e piango perché all’improvviso mi sono accorta di essere tanto triste e sola. E così, davanti al cappuccino fumante e nonostante il rumore fastidioso dei piattini e delle tazzine e le chiacchiere degli astanti, dalla mia bocca escono tutti i dubbi e le perplessità sulla mia vita, la mia storia con Brenno, la mia paura per il futuro, la mia incapacità di prendere qualsiasi tipo di decisone, il mio lasciarmi vivere e il mio desiderio di avere qualcuno che mi dica cosa fare. Poi, poiché purtroppo dico le cose nel momento esatto in cui le penso, mi scappa un “tu credi ai colpi di fulmine?”

Lui ride, cogliendomi impreparata, ci rimango anche un po’ male, ferita nell’orgoglio. Mi stringe la mano “Maddalena, non credi che sia un po’ infantile tutto questo? Non sai nemmeno chi sono, come sono, forse conoscendomi meglio nemmeno ti piacerei”. Sorride mentre mi domanda “Perché sei priva di speranza? Da quello che mi hai raccontato hai gli stessi dubbi e paure che abbiamo in tanti, le stesse difficoltà”.

Lo interrompo spazientita: “Perché non credi che io mi sia innamorata di te a prima vista?”

 Scuote la testa. “Tu hai visto in me qualcosa che non esiste se non nella tua fantasia, chi lo sa cosa stai proiettando su di me. Forse il tuo desiderio di essere guidata per sentirti meno sola?  Io sono solo un prete e tu hai un uomo che ti vuole bene e che ti attende a Napoli, se ho capito giusto dal tuo fiume di parole. Non cercare continuamente la favola, vivi e sistema la tua realtà. Maddalena, devi crescere… Cresci e vivi”.

Vorrei ribattere ma dobbiamo risalire sul treno, con un gesto veloce tolgo dalla borsetta il mio bigliettino da visita e glielo allungo, lui lo mette in tasca e delicatamente, toccandomi a malapena il gomito mi guida fuori dal bar verso il binario. La vecchia arpia ci guarda dal finestrino mentre ci avviciniamo al vagone, chissà cosa pensa, di sicuro mi boccerebbe all’esame.

Il viaggio prosegue, don Alfio si riunisce al suo Cicerone, la professoressa giocherella con gli anelli al dito, io mi rimetto gli occhiali da sole, sono frastornata e mi fa male la testa.

Mi trilla il cellulare, un messaggio di Brenno: Ciao, come procede il viaggio?

Dovevo chiamarlo una volta salita sul treno, me ne sono dimenticata, devo anche avvisarlo del ritardo. Gli rispondo che sarò a Napoli un’ora dopo il previsto per un guasto tecnico. Mi arriva il suo messaggio di risposta, un semplice ok.  Si sarà arrabbiato per la mia dimenticanza, chi se ne frega, tanto lo mollo.

Il treno procede, io nascosta dalle mie lenti scure osservo quell’uomo che non rivedrò mai più, di cui ricorderò per sempre ogni attimo trascorso insieme. Arriviamo a Roma, don Alfio aiuta la professoressa con il bagaglio e con il cappotto, poi lentamente indossa il suo giaccone e ripone il libro nella valigetta, io vorrei abbracciarlo ma la vecchiaccia mi guarda in cagnesco e mi regala un “Buon proseguimento e studi il latino, che nella vita le può servire!” Io vorrei strozzarla e faccio finta di non aver sentito, poi guardo lui.

“Grazie e… arrivederci”. Mi trema la voce mentre pronuncio queste poche parole, don Alfio sorride, il mondo si illumina e il mio cuore saltella.

“Ciao Maddalena e mi raccomando, fede e speranza”. Se ne va e con lui il mio sogno, lo seguo con lo sguardo mentre si allontana. Dopo pochi minuti di sosta il treno riparte verso Napoli.

Che strazio di viaggio – penso quando finalmente arrivo a destinazione. Brenno mi attende fuori dalla stazione, mi corre incontro e mi abbraccia, ha tante cose da raccontarmi, io non lo ascolto perché penso solo ad Alfio.

 

Il weekend trascorre tra la gioia di Brenno per il successo dell’inaugurazione della mostra e il mio fastidio per il tempo che non passa mai. Il lunedì mattina riparto, altro viaggio in treno e, tra un libro letto a metà, tanta noia e caramelle mangiate, arrivo finalmente a Reggio Emilia, l’Idea di riaprire il negozio mi è insulsa, non voglio fare niente se non pensare al mio perduto amore.

Mi dimentico ancora una volta di telefonare a Brenno per dirgli che sono arrivata, mi chiama lui.

“Posso sapere cos’hai che sei sempre cosi scocciata? Ce l’hai con me per caso?” mi chiede, ormai stufo delle mie dimenticanze e delle mie lagnanze. Non so cosa rispondere e gli chiudo il telefono in faccia. Gesto ignobile ma non ho voglia di sentire recriminare.

Passano i giorni, spero che don Alfio si faccia sentire, magari con un messaggio. Ma niente. C’è questo virus che gira, la gente si ammala, muore e tutto in poco tempo precipita. In mezzo a  questo caos, con il negozio chiuso, sola in casa e lontana da tutti gli affetti mi sono trovata per la prima volta in compagnia di me stessa, ho ripensato a tante cose, viaggio in treno incluso e mi sono sentita ridicola. Brenno mi manca, non lo vedo dal week end  a Napoli, mi ha telefonato tutti i giorni tranne oggi, che strano, proprio oggi che ho ricevuto un messaggio Ciao Maddalena, spero tu stia bene. Ti ricordo sempre nelle mie preghiere. Don Alfio.

Ho risposto semplicemente Grazie.

L’avevo atteso tanto un suo messaggio, e ora che è arrivato mi lascia delusa, chissà cosa mi aspettavo.

O forse adesso, in questo periodo di grande incertezza  e paura , mi rendo conto di tutto quello che avevo e a cui non davo importanza. Ricordo le parole del don “Vivi e cresci, fede e speranza”.

E  allora stasera, ammirando questo magnifico cielo , decido  che è arrivato per me il momento di  vivere con speranza e cerco di aver fede nel futuro. Smetterò  anche di cercare la stella più brillante, perché tutte brillano anche se ognuna in un modo diverso. Se ci sono cose che non si possono cambiare, inutile preoccuparsi, ma io posso cambiare e di questo mi devo preoccupare, anzi occupare.

Telefono a Brenno che mi risponde al primo squillo.

“Ciao Maddalena, scusa se non ti ho chiamato prima, ma oggi mi sono perso con una nuova scultura. Voglio creare qualcosa che rappresenti la fiducia e il tempo mi è volato, come stai?”

Per la prima volta  in cinque anni, realizzo che non mi ha mai chiamato Maddy, come fanno tutti. “Bene” gli rispondo “Avevo voglia di sentirti e ho tanta voglia di vederti, sai in questo periodo sto riflettendo molto su tutto e…”

Mi interrompe. “Anche io Maddalena, come tutti credo, e ho riflettuto soprattutto su noi due”.

Smette di parlare e io ho un attimo di terrore, mi sento quasi mancare, che mi voglia lasciare? In fondo, come dargli torto?

“Quindi?” gli chiedo titubante. Lui lo dice tutto d’un fiato, come un bambino timoroso di ricevere una brutta risposta   “ Mi  vuoi sposare?”. Rimango un attimo in silenzio prima di urlare “Si!”.

Brenno ride di gusto.

 

“Ma il prete? Dove lo troviamo?” mi domanda dimostrando il suo solito senso pratico. . “Non ti preoccupare, ne conosco uno ” gli dico.  Mentre saluto il mio futuro sposo  sono serena, le numerose curve della  vita  mi hanno a lungo confuso , ora ho però imboccato la strada giusta. Ne sono certa.

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LAURA COGHI: Cinque Poesie

  

L’Arcano senza numero - Il matto

 

Ricomincio da me

Sono Energia pura

                                        

                                    Non trasgredisco

                                        Non ne ho bisogno

 

Esisto e questo mi basta

Mi spinge un Vento caldo e robusto

                                          Piacevole

 

Sto nella corrente

                                        

                                        A Me stessa presente          

 

Arcano 2 - La papessa

 

Unite sono in me

ragione ed immaginazione

 

Rifletto la Luce lunare

Trasformo la sofferenza

Vibro al ritmo dell’Universo

 

Accarezzo al caldo

l’Uovo primordiale

in proficua solitudine

Nulla mi distoglie

da ciò che voglio

 

Viaggio nel solco della Volontà divina          

 

Arcano 9 - L’eremita

 

Sono fuori dagli schemi

 

Saggiamente

distaccato dal mondo

vivo

 in profonda solitudine

 

Apro una nuova strada per chi vorrà seguirmi

Senza dare certezze

 

Vivendo

in profondità la propria interiorità

  

Arcano 12 - L’appeso

 

I miei capelli sono radici nella terra

e i miei piedi sono ali

 

Sto in equilibrio immobile

e guardo passare i pensieri come nuvole

 

A testa in giù ogni cosa è differente

 

Mi lascio andare

alla Bellezza che mi sovrasta

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BENEDETTA MAFFEZZOLI: Il cuore in una scatolina blu

 

Nel paesello di laggiù, placidamente addormentato all’ombra dello snello e aguzzo campanile, capitò l’impensabile. Di punto in bianco, ciò che aveva funestato l’altro capo del mondo, decise di dare una sbirciatina pure al piccolo paese, senza dimenticarsi della città, delle fabbriche e di tutto quanto pulsasse di vita. Poi, altrettanto improvvisamente sgorgò un gran tramestio di decreti, ordinanze, decisioni e, alla fine, tutto capitolò in una sola grande parola: isolamento. Nessuno poteva mettere il naso fuori dalla porta se non per “comprovate esigenze di lavoro, salute o necessità”.

Ci furono radicali cambiamenti. Le automobili si diradarono. Gli abbracci furono vietati, così pure le strette di mano al di fuori di quel mondo sicuro che aveva un solo nome: casa. Tutto il resto divenne proibito, vietato.

Don Giustino non prese molto bene le decisioni terrene. La sua prima reazione fu sospirare rumorosamente, provando a tirar dentro il barile di pancia che sporgeva dalla cintola. Poi, si decise e telefonò al signor Sindaco emerito. Secondo il punto di vista di don Giustino, infatti, celebrare messa, dire un paio di rosari, andare a trovare i suoi vecchini o, ancora, autoinvitarsi a pranzo o a cena dai più fedeli, era una necessità. Inoltre, mai e poi mai avrebbe voluto vedere la sua chiesa vuota e disadorna.

Com’era o come non era, il signor Sindaco emerito fu irremovibile. <<Si fa così e basta>> disse. <<Sapeste quanto avrei voluto fare diversamente, ma come voi dovete prendervi cura delle anime, altrettanto io devo prendermi cura dei loro corpi e della loro salute. È così e non si discute più>> sentenziò con voce stanca e perentoria l’emerito.

E il paesello di laggiù sprofondò nel silenzio. Pure la Cooperativa, la sancta sanctorum degli irriducibili comunistissimi, ubbidì allo Stato e calò la saracinesca. La vita iniziò a scorrere dentro le case come mai prima di allora. Si riscoprirono le piccole cose date per scontate, si assaporò il piacere della lettura e s’imparò l’arte di fare il pane.  Il tempo si diluì in giorni sempre uguali. Era già tanto se il campanile continuava a battere le ore o a ricordare quando era domenica. Eppure…

Eppure, nel paesello di laggiù, contravvenendo a tutti i divieti e a tutte le ordinanze, Cellino, detto Il Bartali, imperterrito gironzolava in bicicletta come se tutto il pandemonio in cui era sprofondato il mondo intero non lo riguardasse. Sotto il sole o la pioggia, nel vento o nella tempesta lui pedalava. Poteva venir giù l’Altissimo in persona, ma lui sarebbe stato da qualche parte a pedalare. Sguardo azzurro su strade conosciute, il Bartali girava senza meta. Usciva di casa la mattina e vi tornava la sera. Ogni giorno, nuove o vecchie strade, asfaltate o ghiaiose, lo attendavano e lui continuava a pedalare e a parlare da solo. Sermoniava con se stesso su questa o quell’altra faccenda, ma lo faceva piano, quasi per non disturbare. E anche questo lo sapevano tutti in paese. E tutti lo vedevano anche ora, dal balcone o dalle finestre. Qualcuno gli gridava in malo modo di tornarsene a casa; altri chiamavano i carabinieri perché lo multassero; altri ancora reclamavano a gran voce il sommo intervento di una delle due autorità: il signor Sindaco emerito o il don.

Per Cellino, la normalità - la sua - non era cambiata di una virgola, eccezion fatta per gli automobilisti foresti. In una situazione normale, infatti, capitò che qualche foresto lo cilindrasse in macchina, soprattutto di notte, perché Il Bartali girava con un fanale che pigolava uno sputo di luce intermittente, come quelle delle lucciole d’estate. Però, lui, Cellino, davanti alla disperazione del foresto, non si faceva mai troppo male. Un taglio in fronte, o un bernoccolo, o un osso rotto erano niente. Assicurava l’automobilista in pena con un “Sto bene!” così fiero e altisonante che il malcapitato investitore si vedeva costretto a correre nella prima chiesa vicina ad accendere candele da lì al Paradiso. Spesso, però, da quegli scontri, ad uscirne davvero malconcia era la bicicletta. Di fronte a quello strazio di ferro, Il Bartali rimaneva con lo sguardo fisso sul rottame, sermoniando qualche frase incomprensibile e, a detta di qualcuno, qualche lumino al Celeste Padre. Poi, incoraggiando se stesso e il ferro, ripartiva a piedi appoggiandosi al manubrio. L’indomani, tuttavia, le gambe del Bartali avrebbero nuovamente pigiato su quei martoriati pedali, presi a martellate nella notte e tutto sarebbe tornato come se nulla fosse accaduto. Ma ora, manco col binocolo si poteva intravedere un foresto nei paraggi e ciò faceva un gran bene a Cellino e, soprattutto, alla sua bicicletta.

Tuttavia, all’ennesima segnalazione da parte di zelanti concittadini, il signor Sindaco emerito si decise: non poteva transigere un affronto alla sua autorità. Autorizzò tutte le forze dell’ordine a fermarlo, a multarlo e a sequestrargli la bicicletta quando lo avessero visto. Fece di tutto perché Cellino, detto Il Bartali venisse chiuso dentro casa e da lì non uscisse o, quanto meno si dimenticasse del mondo fuori. Eppure, chissà come, Cellino non fu mai fermato o, meglio, non fu mai trovato. E la cosa irritò talmente tanto il primo cittadino che costui si vide costretto a ricorrere all’altra autorità del paesello: don Giustino.

<<E mi date carta bianca per muovermi liberamente?>> domandò don Giustino.

<<Vi firmo io qualsiasi autorizzazione. Parlateci voi, convincetelo a non girare. È per il bene suo. Anzi, se oppone resistenza, chiudetelo voi stesso in casa e portatemi la chiave.>>

Una manona strinse una manina e l’accordo fu siglato.

Don Giustino afferrò al volo il nuovo incarico di vigilante per mettere il naso fuori casa, imbottirsi sulla sua Mini Minor dell’Ottanta e salutare con la grossa mano, appesa fuori dal finestrino, i fedeli ordinatamente in coda per fare la spesa. Ma di Cellino nemmeno l’ombra. Eppure Il Bartali pedalava, ma vigliacca una volta se don Giustino fosse riuscito a beccarlo di qua o di là.

Nei giorni seguenti, altri decreti e ordinanze sciamarono fuori dai piani alti. In ossequio a quel pandemonio, il signor Sindaco emerito prese ulteriori misure restrittive, affisse altri divieti, ma mai per don Giustino. Quest’ultimo ricorse persino all’aiuto dell’Altissimo perché gli inviasse una mappa degli spostamenti di Cellino. Ma pure l’Altissimo pareva non capire come braccarlo. Innanzi all’ineluttabile impotenza celestial-terrena, don Giustino si arrese e decise di andare a cercarlo nell’unico posto in cui sapeva che, prima o poi, sarebbe andato: a casa. E si stupì di non averci pensato prima.

Dopo un miglio percorso tra polvere e buche, lungo una stradina che costeggiava un canale strabordante d’acqua, don Giustino arrivò davanti a una cascina dalle stesse sfumature dei campi di grano d’estate. Di Cellino e della sua bicicletta nemmeno l’ombra. Suonò a uno stoccafisso di campanello arrugginito. Un gatto mezzo addormentato e curioso miagolò, e una donnina dal viso arato da rughe cotte dal sole dei campi aprì la porta. Don Giustino si presentò.

<<So chi siete. Quindi ora facciamola finita e ditemi cosa volete.>>

I modi spicci della donnina tolsero da ogni imbarazzo don Giustino che di imbarazzi se ne faceva pochi. Mostrandole l’autorizzazione firmatagli dal Sindaco, le disse il motivo per cui era giunto sino a lì.

La donnina non si scompose. <<Chi viene qui, viene per mio figlio o per le zucche. E non essendo stagione di zucche voi siete qui per mio figlio. Ditemi: lo avete investito pure voi?>>

Don Giustino scosse la testa, dipanò ogni malinteso, spiegando alla madre, per filo e per segno, il motivo della sua visita, del delirio che circolava fuori, nel mondo, e delle intenzioni del Comune nei confronti di Cellino.

<<Che facessero come pare a loro. A me non importa. E nemmeno penso importi a mio figlio>> tagliò corto la donnina. <<Volete un consiglio? Lasciate stare il mio ragazzo e andate dietro a quel gregge che pascolate ogni domenica…>> si fermò, lo guardò dritto negli occhi. <<Beh, insomma, mi avete capito, no?>>

<<Capisco, ma è mio dovere occuparmi di tutti. Anche di vostro figlio. Da qui non mi muovo.>>

<<Fate quello che volete. È tempo perso, perché quello là mica so quando torna>> disse la donnina con lo sguardo puntato verso la strada.

La ruvidezza della conversazione venne mitigata da una cena cordiale e da poche parole. Poi, senza ascoltare ogni altra congettura sui ma e sui se di tutte le menti illuminate che parlavano in televisione, don Giustino si mise in poltrona ad aspettare. Quando da un pezzo i suoni della sera si fecero muti, ecco la sgangherata pedalata del Bartali giungere sotto il portico.

Cellino varcò la soglia di casa sermoniando parole mute. Sorrise alla madre e guardò l’ospite seduto in poltrona, infine sermoniò silenziosamente qualche altra parola prima di sedersi a tavola. Consumò una cena fredda e poi buttò gli occhi azzurri su don Giustino, strascicando uno stanco “Embeh?!”

Il don, senza perdersi d’animo, lo mise al corrente dell’intera faccenda, di come era iniziata, delle carte ufficiali, di chi diceva cosa e di chi diceva il contrario e, soprattutto, dell’ordine del signor Sindaco emerito. Imbastì una conversazione che, a un orecchio estraneo, aveva tutto l’aspetto di un monologo. Quando ebbe finito, Cellino biascicò nuovamente: <<Ehmbeh?>>

Don Giustino, non sapendo più quali pesci pigliare, fece la domanda più umana che si potesse fare e che lo stesso Altissimo avrebbe posto a quel figliolo strano e girovago: <<Ma dove te ne vai in giro tutto il santo giorno?>>

Cellino lo guardò. Forse lo vide per la prima volta. Sorrise. Si alzò e andò alla credenza. Aprì un cassetto. Vi armeggiò dentro, come fosse stato un grande baule. Prese qualcosa e tornò a sedersi.

Lo spazio che separava Cellino da don Giustino venne occupato da una scatolina di velluto blu. Don Giustino l’aprì e la richiuse.

<<Ora avete capito?>> gli chiese Cellino.

Don Giustino sospirando annuì. Gli strinse la mano e se ne andò.

Il cielo era sereno, trapunto di stelle. Don Giustino guidava. Tutto era chiaro e allo stesso modo strano. Ogni cosa sembrava legata a un precario filo di normalità. Il mondo era sceso nel silenzio, scandito da carte ufficiali e proclami. Molti parlavano perché pensavano di avere cose, tante cose, da dire. Pensavano… Dentro a ogni casa pulsava la vita e la vita non aveva bisogno di pensare. Ebbe la netta percezione che anche quella piccola scatola di velluto blu pulsasse di vita. Prese l’altisonante autorizzazione firmatagli dal signor Sindaco emerito e l’appallottolò gettandola dietro il sedile.

L’indomani, con lo sguardo puntato al campanile, chiamò il primo cittadino. Questi rispose con voce stanca e melliflua. Già si stava lanciando in una dettagliata spiegazione di quali misure avrebbe disposto per i suoi concittadini, quando don Giustino lo placcò all’istante.

<<Ho trovato Cellino. Gli ho parlato. E ho deciso di lasciarlo pedalare.>>

<<E perché mai?>

<<Perché lo dico io.>>

<<Voi non potete sostituirvi a me.>>

<<Invece sì. Se non gli parlavo io, a nessuno di voi altri sarebbe venuto in mente di andarci a parlare. È più facile decidere tutto dentro una stanza piuttosto che parlare con certe persone.>>

<<Prete d’un diavolo!>> si spazientì il signor Sindaco emerito. <<Ma cosa vi aspettate? Sono io a decidere …>>

Ma don Giustino lo placcò nuovamente: <<Farò finta di non aver sentito. Il ragazzo non si tocca e non si rinchiude. Punto. Alcune volte non servono parole, ma fatti. E Cellino mi ha mostrato i fatti. Per me è stato chiaro come la luce di nostro Signore. Quindi vi dico che se per un povero cuore spezzato farete rinchiudere un ragazzo, non ci saranno più strade da percorrere, ma ci sarà solo un pullulare di imbecilli menti di altrettanto imbecilli teste. La vostra prima di tutte!>>

Quella stessa sera, mentre il mondo fuori era buio a dispetto delle luci dentro ogni casa, mentre tutto taceva a eccezion fatta di alcune risate che facevano capolino da finestre socchiuse, il signor Sindaco emerito aveva molto a cui pensare. E di certo non pensava a nessun decreto od ordinanza. Era mezzanotte passata. Il cielo era abbagliato da una grande luna e, abbassando gli occhi, intravide l’avvicinarsi del fioco pigolio di un fanale, seguito a ruota da un ritmico cigolio. Cellino, detto Il Bartali, pedalava in mezzo strada e nel silenzio sermoniava. L’emerito si scapicollò giù lungo le scale di casa. Aprì con violenza il cancello, si precipitò fuori e poco ci mancò che Cellino venisse travolto. Il signor Sindaco emerito gli si piantò innanzi a braccia spalancate con tutta l’autorità che solo il suo ruolo istituzionale, anche con pigiama, sapeva conferire.

<<Adesso tu dici a me ciò che hai detto a quello là con la tonaca.>>

Cellino, senza scendere dalla biciletta, rimase in silenzio per un po’, perforando l’asfalto d’azzurro. <<Non posso>> rispose.

<<E perché no?>>

<<Perché il mio cuore è dentro una scatola e la scatola non è qui con me, ma a casa>> e così dicendo, lo salutò, riprendendo a pedalare.

Una cosa è certa: dopo quell’incontro e quell’ermetica spiegazione, l’emerito risalì dritto in casa. Per quanto il cielo fosse pieno di stelle, lui non riuscì a sentirsi sereno e nemmeno riuscì a capire un’acca di quella strana spiegazione.

Don Giustino fu svegliato nel cuore della notte. Qualcuno aveva suonato alla porta.

<<Cosa ci fate voi qui?>> domandò a un primo cittadino dall’aria confusa.

<<Ho visto Cellino. Gli ho chiesto di dirmi cosa ha detto a voi, ma non ho capito. Cosa c’entra il cuore in una scatola con lui che gira in bicicletta?>>

Don Giustino sospirò, sollevando la grande pancia. Fece accomodare l’ospite in cucina, preparò una camomilla, poi, controllando che lo snello e aguzzo campanile fosse ancora lì, parlò.

<<Subito non l’ho capito neppure io, sapete? Il nesso tra un cuore in una scatola e un ragazzo in bicicletta mi è stato incomprensibile per lunghi minuti. Ma, sapete cosa vi dico? Non dovete provare a dare una spiegazione a tutto. Solo così capirete che Cellino è la speranza di questo piccolo paese che voi amministrate come fosse una metropoli. È la speranza di tornare alla normalità, di uscire di casa e stringere la mano al nostro vicino. Lui nutre la speranza di tornare ad amare e perché volete togliergliela con disposizioni autoritarie? Non ce la farete mai. Cosa fa Cellino di così sbagliato? Nulla. Non è stupido. Lui sa tutto. Gira su strade di campagna che a fatica saprei trovare da solo. Ogni tanto si è avventurato in paese di giorno, è vero, e tutti hanno gridato allo scandalo, ma per cosa? Forse per paura di ciò che non si vede e che sta mettendo alla prova tutti noi? Sì, credo di sì. Ma la speranza, mio caro Sindaco, non la si può legare in casa; non si può impedirle di muoversi. Non ci si può dimenticare di lei. Avete capito ora?>>

Sorseggiando la camomilla, l’emerito annuì.

<<Ma come mi spiegate la faccenda della scatola?>>

<<C’è poco sa spiegare anche qui. Solo l’amore, nonostante la sua immensità, sa stare anche in un piccolo oggetto. Cellino ha il cuore sospeso, ma il suo cuore è talmente grande, che fatico a credere che quella scatola possa essere in grado di contenerlo ancora a lungo.>>

<<Comunque, don, non volevo offendervi quando questa mattina ho detto diavolo d’un prete.>>

<<Lo so.>>

<<Quindi, ora cosa si fa?>>

<<Semplice: voi continuerete a fare il Sindaco, lasciando stare Cellino. Continuerete a emanare tutte le ordinanze del caso o che riterrete più opportune, ma, tra un divieto e l’altro, ricordatevi della parola più importante.>>

<<E quale sarebbe? Ogni atto da me predisposto è perfetto, letto, riletto, firmato, timbrato e protocollato.>>

<<Qui non si parla di perfezione, ma di speranza. Ecco la parola, Sindaco: speranza. Dovete scriverla nei vostri atti. Dovete menzionarla nei vostri atti. Dovete parlarne per chi l’ha dimenticata, perché è più facile guardare in basso che in alto. Ora avete capito?>>

 

Sono trascorsi ormai alcuni giorni da quella notte e nel paesello di laggiù l’aria è più leggera. Ciò che ha scombussolato il mondo dentro e fuori le case, le persone, le città e le fabbriche, continua a girare silenzioso, ma nessuno, ora, grida contro Cellino detto Il Bartali. Questi continua a pedalare, sermoniando silenziosamente, lungo stradine conosciute solo a lui e, forse all’Altissimo. Ogni tanto fa una fuga solitaria lungo la via principale, ma non si ferma mai e tira dritto con il suo cuore racchiuso in una scatola. Don Giustino ha iniziato a celebrare la messa quotidiana a porte spalancate con l’ausilio di vecchi altoparlanti, scovati in un anfratto sotto l’aguzzo campanile. E il signor Sindaco emerito è ancora lì, a capo del piccolo paesello di laggiù, a firmare e a far protocollare scartoffie ricolme di speranza da affiggere ad ogni porta e ufficio, consapevole che tutto, prima o poi, passerà.

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Ultimo aggiornamento: 28-04-2020

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